venerdì 26 novembre 2010

Missione bontà: selexionate il vostro missile preferito...


Armi di Stato: volendo semplificare, è questo che si dice quando si pensa a Finmeccanica.
Che siano poi radar o elicotteri, la differenza è minima, e resta il fatto che si parla comunque della seconda società industriale del paese dopo Fiat, l’ottava del settore a livello mondiale.
Un orgoglio nazionale, certo. Ma soprattutto una società a controllo pubblico che dopo spezzatini, ristrutturazioni e diversi cambiamenti di orizzonte strategico, compresa una parziale privatizzazione, ha avuto un nuovo decollo.
Per un motivo semplice: l’industria delle armi – come quella dei farmaci – non conosce crisi e, strano ma vero, a sbirciare le finanziarie di mezzo mondo le spese per il settore o aumentano o non diminuiscono. Un esempio: basti pensare che la nostra missione in Afghanistan costava e costerà 40 milioni al mese, niente tagli, che sia poi di pace o di guerra non sarà mai facile dirlo.
Ma con chi fa affari Finmeccanica?
Pecunia non olet, quindi con tutti. E per arrivare alla considerevole cifra dei 18 miliardi di fatturato, nel 2009, l’elenco spazia dalla Turchia al Pakistan. Nel rapporto di sostenibilità, recentemente presentato a Milano in Cattolica, si dice che il gruppo è un libro aperto solo per investitori e clienti “socialmente responsabili”. Fatto sta che Finmeccanica è esclusa dalla lista di molti fondi etici.
Difficile però che gli azionisti gliene facciano una colpa: Finmeccanica nell’anno orribile della crisi per tutti, ha aumentato i ricavi del 21%. E continua nel suo volo: basta scorrere l’elenco ufficiale dei suoi comunicati stampa e, solo a novembre, si legge di 4 commesse che valgono oltre due miliardi di euro. Oltre un terzo della manovra.
Uno e mezzo, notizia di ieri, in arrivo dalle ferrovie russe per l’alta velocità. Notizia apprezzata in Borsa, dove oggi, in piena bufera, il titolo ha retto (anzi, ha gudagnato il 2%) solo per questo.
Un segno, forse, dello stato di grazia in cui vive Finmeccanica dopo anni di rapporti difficili con il potere politico, risolti – anche - assicurando spesso posti in azienda a molti parenti di noti politici: Mastella, Marini, Forlani, Mussolini, Sarmi. Elenco lungo, perché in Finmeccanica si è tenuto conto di ogni equilibrio.
Materia in cui il presidente e amministratore delegato, è considerato maestro: amico e conterraneo del ministro Altero Matteoli – siamo tra Livorno e dintorni - Guarguaglini ha sempre avuto ottimi rapporti con esponenti di spicco del centrosinistra, come Amato e D’Alema. Ed è in queste ore che si capirà se e quanto, questi rapporti, contano.

lunedì 1 novembre 2010

Occhio al rialzo dei tassi-bunga


Questa è Karima El Marough, così si chiama Ruby Rubacuori, scoperta da Fede, conosciuta da Mora e nota ospite dei party di Nerone ad Arcore. Oggi compie 18 anni e se ne potrebbe mostrare il volto, ma noi non lo facciamo perché non ce ne può fregare di meno...
Si cerca di capire come siano andate effettivamente le cose la sera di quel 27 maggio che l’ha resa famosa. La sera in cui, minorenne inquietissima, venne portata in Questura a Milano con l’accusa di furto. Non tutto torna, i faldoni in Procura aumentano di volume, la Questura dice che ha seguito le procedure, il Tribunale dei minori dice di no. La querelle sul rilascio della giovane e inquieta marocchina parte dal fatto che Berlusconi, con una telefonata, ne ottenne il rilascio perché sarebbe stata la nipote del presidente egiziano Mubarak ma Ruby, dopo un affido-lampo alla Minetti fedelissima di Nerone, ex sua igienista oral B (e abc) ed ex ballerina del Colorado Cafè (attuale consigliera al Pirellone), venne scaricata a casa di una brazileira che sette giorni dopo la gonfiò di botte, esito non proprio nobile per la nipote di un discendente dei faraoni.
Per fortuna che, giovedì sera, per la sua festa di compleanno all'Albikokka di Genova, l’esclusiva verrà profumatamente pagata da un noto settimanale che non vuol certo perdersi la reginetta dell’ultimo gossip (che, se fosse "Chi", riguarderebbe pure il suo editore).

PS: adesso, se siete riusciti ad arrivare fino in fondo, sappiate che "bunga" in malese significa tasso di interesse... Alla prossima festa vedrete che invitano pure Trichet. (E così almeno abbiamo spiegato la nostra piccola digressione).

venerdì 29 ottobre 2010

Baldassarre, il pusher di cordate


Sarà pure senza presidente da 122 giorni (al 29 ottobre, poi contateveli), ma quando vuole la Consob non scherza. Tanto che per tenersi in forma, oggi ha sparato tra i denti di Antonio Baldassarre una sanzione da 400mila euro più la perdita per quattro mesi dei requisiti di onorabilità. Motivo: Baldassarre ha adottato "una condotta illecita accreditando, tra agosto e dicembre 2007, l'esistenza di una cordata pronta a rilevare l'Alitalia". (Cordata di cui alleghiamo in alto una foto di repertorio, grazie).
Occhéi, niente di formidabile dirà qualcuno, ma attenzione: Baldassarre di mestiere, prima di fare il pusher di cordate barzelletta, faceva il presidente della Rai; e, ancora prima, il presidente della Corte Costituzionale (presente, no? Quelli con l'ermellino, il cappello da giamburrasca e la licenza di decidere su leggi e compagnia).
La cosa è una di quelle che passeranno magari inosservate, ma vale la pena di sottolineare che dare la patente dello scarsamente "onorabile" a un ex presidente della Consulta è un passaggio mica da ridere. Che cosa comporta? Beh, secondo l'articolo 187-quater del Testo Unico della Finanza, Baldassarre per quattro mesi non potrà assumere incarichi societari.
Vabbé, consolazione magra, uno così ci vuole comunque coraggio a prenderselo, anche perché basta andarsi a riguardare gli articoli di quei giorni per rendersi conto che la cordata esprimeva meno solidità di un frollino. Così, a memoria, ne facevano parte alcune società "strane" israeliane e congolesi; poi (apriti cielo...) aveva imbarcato anche i Viaggi del Ventaglio, oltre a una srl che gestisce un McDonald's all'Eur (cacchio, volevano ingrandirsi con qualche bigmac al volo).
Non per dire, ma con tutta la buona volontà che c'ha messo, la Consob ha impiegato 3 anni a indagare e arrivare a un verdetto.
Meno della Corte Costituzionale, forse.
Ma cavolo, nel frattempo quanti aerei ha perso?

Ps: grazie a lui cambia la favola dei Re Magi. Oro, incenso e fuffa: Gaspare e Melchiorre proseguono, a Baldassarre è finita la mirra...

mercoledì 27 ottobre 2010

La festa di chi ci ha fatto la...festa


Festeggiate anche voi l'86mo compleanno della Giornata Mondiale del Risparmio.
Però, occhio: festeggiate solo se state in quel 33% di italiani che, secondo il Rapporto Acri-Ipsos, riesce a risparmiare ancora qualcosa.
Fanno anche le feste, celebrano le giornate mondiali... Ma vaffanbanka, va...

martedì 26 ottobre 2010

Tra banca e banco il passo è (troppo) breve


“Vorreste che a educare i vostri figli all’utilizzo del denaro sia un bancario, un promotore finanziario o un assicuratore?”. Questa domanda è l’incipit del bel pezzo di Marco lo Conte sull’ultimo numero di Plus che parla dell’imminente Giornata Mondiale del Risparmio.
Dobbiamo essere sinceri, ma proprio sinceri? Nessuno dei tre.
Guardate la foto: ecco l'aula (vuota!) che sinceramente auguriamo a uno qualunque di questi tre. Noi, per l’educazione finanziaria dei nostri figli, pensiamo a un “quarto uomo” (quarta donna pure, anzi meglio), visto che arbitro e guardalinee non ci fanno impazzire. Pensiamo a una figura sopra le parti che sia effettivamente sopra le parti, che non abbia nemmeno lontanamente la possibilità di esprimere un conflitto di interessi.
Pensiamo a consulenti, prof, insegnanti, educatori – quel che volete voi – indipendenti.
Scusate, ma chi insegna economia a scuola (non stiamo parlando di università, perché con i baroni il discorso cambia: i cda delle fondazioni ne sono stracolmi) lavora forse in banca? Sarebbe come pretendere che gli unici in grado di dire come si beve con saggezza il vino fossero gli osti; come se a insegnare i rischi del fumo ci mettessimo il signor Philip Morris; e a spiegare che cos’è un conto corrente e come si apre chiamassimo, appunto, un bancario.
Gli esempi si sprecano, divertitevi voi.
Noi è da un sacco che non ci divertiamo più…

Il marchio di Marchionne



Quando, nel 2004, Sergio Marchionne diventa amministratore delegato di Fiat, praticamente un illustre sconosciuto per la platea popolare, tutti lo definiscono come il più internazionale dei manager possibili.
Adesso, proprio per quell’internazionalità lo criticano.
Sveglia! C’è la globalizzazione…
Visto? Due foto: qual è il cervello che conta di più? Quello italiano o quello canadese?
“Fiat senza l’Italia starebbe meglio. Nemmeno un euro dei 2 miliardi di utile è stato fatto in Italia”. Non è vero, e lui lo sa, visto che nel terzo trimestre – a meno che non abbiano truccato i conti e non ci crediamo – Ferrari ha registrato 76 milioni di euro di utili lordi (24 in più rispetto allo stesso periodo del 2009) e Maserati ne ha registrati 4 milioni (3 in più). Dato che le rosse e le quattroporte non risulta che le facciano (ancora) in Serbia o in Polonia, è chiarissimo un fatto: quella di Marchionne è una pura e semplice provocazione, dura quanto si vuole, ma calcolatissima.
Bisogna chiedersi, a questo punto, quale possa essere il progetto industriale che sottende a frasi così. E quanto tempo potrebbe metterci per essere presentata, visto che la sortita nel salotto televisivo dava l’impressione di un sondaggio, più che di un’intervista.
Onestamente, ci sono dati veramente pesanti che (scusi Fini) possono far sobbalzare sulla sedia un canadese, ma anche un italiano. Poi, per carità, il fatto che negli anni il contribuente abbia sostenuto l’icona nazionale è lampante.
Detto con sacro rispetto dei lavoratori degli stabilimenti italiani, con la premessa che obiettivamente certe frasi sono state veramente ingenerose, proviamo a fare due calcoli banali sulla produttività di cui tutti parlano.
Mirafiori, 5400 dipendenti e 178mila auto all’anno: cioè un dipendente ne “costruisce” 33 all’anno. A Cassino i dipendenti sono 4.000 e le auto prodotte 105.000: 26 a testa. A Pomigliano, 5200 dipendenti ne producono 36.000: quindi, ognuno di loro ne sforna 7 all’anno. E via così: a Termini un dipendente ne fa 28 all’anno e a Melfi 53.
In Polonia, 6000 dipendenti per 600.000 auto aumentano questo rapporto a 1 a 100. In Brasile siamo a 1 a 73.
E’ chiaro che non tutte le auto sono uguali: qualcuna ha bisogno di più giorni di lavoro, altre di meno. Poi alcune linee sono più moderne.
Però, tra le 7 di Pomì e le 100 della Polonia, il divario sarà dato da tante cose, moltissime a favore delle ragioni nazionali, ma quello con le 33 di Mirafiori, le 28 di Termini e le 53 di Melfi possibile che non dica niente nemmeno a Epifanio?

venerdì 22 ottobre 2010

BLATTE E DERIVATI...


Pulita pulita, fresca fresca. Senza commenti, è scritto tutto:

DERIVATI:UNICREDIT;TRIBUNALE ANNULLA VENDITA A COMUNE RIMINI PRIMA SENTENZA IN ITALIA CHE RIGUARDA UN ENTE LOCALE
(ANSA) - RIMINI, 22 OTT - Il tribunale di Rimini ha dichiarato la nullita' dei contratti stipulati dal Comune riminese con Unicredit Spa e Unicredit corporate banking per l'acquisto di derivati e condannato la banca a risarcire al Comune 651.632,43 euro. E' questo infatti l'importo del saldo negativo al secondo semestre 2009 del portafoglio di tre interest rate swap siglati dal Comune con lo scopo di ammortare il debito contratto con alcuni mutui bancari. L'operazione, pero', anziche' migliorare le condizioni dell'ente fini' per aggravarle. E' la prima sentenza di questo tipo che riguarda un ente locale. (...)
Il Comune di Rimini stipulo' i tre contratti derivati tra il 2001 e il 2003. L'incarico di advisor, tramite una gara, fu affidato a Unicredit Banca mobiliare (oggi Unicredit Spa) che consiglio' al Comune di sottoscrivere tre derivati a diversa scadenza (2007, 2011 e 2015) con la stessa banca. Anziche' limitare gli effetti dei tassi di debito, pero', come successo in molti casi per gli enti locali, i derivati si rivelarono presto un'arma finanziaria controproducente. Il saldo sfavorevole ha sforato, a fine 2009, i 650 mila euro. A questi, secondo il Comune di Rimini, vanno aggiunti gli importi differenziali per il periodo successivo, il cui pagamento e' stato sospeso da un accordo fra le parti, nonche' gli importi per i due contratti che sono ancora in vigore: un indebitamento complessivo - ipotizza il Comune - che supera il milione e mezzo.
Il tribunale, riconoscendo la nullita' dei contratti, ha cosi' obbligato la banca a restituire al Comune il saldo negativo dei differenziali, ovvero 651.632,43.
Resta da capire, a questo punto, se la sentenza del tribunale riminese possa rappresentare o meno un precedente sui tanti contenziosi che riguardano gli enti locali che, soprattutto nei primi anni del decennio, hanno fatto ampio ricorso ai derivati.

PS: onestamente ci auguriamo proprio di sì.

mercoledì 6 ottobre 2010

Viva i bankieri falce e mantello


Lancio Ansa di oggi, più o meno a metà giornata.
"Le banche italiane sono contrarie 'a nuove tasse camuffate da misure volte a stabilizzare i mercati bancari e finanziari'. E' quanto afferma Giuseppe Mussari, il presidente dell'Abi, nell'audizione alla Commissione Attività produttive della Camera.
Mussari, per chi non lo ricordasse, è il presidente della Banca Monte dei Paschi di Siena che fino a luglio non faceva pagare alcune operazioni e ora sì perché la grande manovra sulla "trasparenza" (culminata con il varo dell'Indice Sintetico di Costo) ha previsto tante belle cose, ma da sotto il mantello è spuntato poi lo scarico dei costi di questa trovata sulla clientela.
Il bonifico permanente a Monte Paschi adesso costa fino a 4,5 euro. Senza camuffamenti... Ah, i banchieri comunisti, che simpatici...

giovedì 30 settembre 2010

Sull'attenti, passa il Reggimento Unicredit



Queste foto ritraggono alcuni manager di Unicredit durante il corso di addestramento militare di due giorni fa in una caserma di Forlì. Servirà per rafforzare il carattere, fare squadra e imparare a sbrigarsela in situazioni difficili. Lo chiamano team building, ma nel caso di Unicredit sarebbe meglio parlare di "manuale di sopravvivenza nell'ipotesi, sempre probabile, di guerre per banche".
Al prossimo corso parteciperà - garantito! - anche Federico Ghizzoni, il nuovo amministratore delegato che ha rilevato la poltrona del comandante Profumo. Tra libici, leghisti, fondazioni, tedeschi e risultati da riportare al top, Ghizzoni dovrà marciare molto e lo zaino sarà pesante.
Un-due, un-due, un-due... Auguri. E occhio ai cecchini.

venerdì 24 settembre 2010

Chiamatelo Oro al Serio, diventerà high-cost


Da qualche giorno, i soliti geni del lusso luxuosissimo - very cool fico davvero che fa moooolto emiro tapiro - hanno piazzato a Orio al Serio un distributore self service che, anziché patatine e goldoni, sforna lingottini e monete pagabili con carte di credito.
Un anonimo ci ha segnalato che c'è la fila...
Onestamente, speriamo per prenderlo a calci.
Fiduciosi però attendiamo il cambio del nome dell'aeroporto.
Chiamatelo Oro al Serio.


PS: porca paletta, ma non era un hub per i low cost?!?

L'obolo della Provvidenza (però almeno c'è)


(... Segue).
No, una cosa da dire c'è: siamo contenti per l'uomo della foto qui sopra.
Per chi non lo conoscesse, è don Colmegna. Va a lui l'obolo di beneficenza deciso da Profumo: 2 milioni di euro.
A Profumo ne restano 38.
La moglie di Alessandro Ex Magno, Sabina Ratti, mentre inforcava la sua bella Ducati - appena scesa del prestigiosissimo Studio Erede che ha trattato il conquibus del marito - ha pregato i cronisti di scriverlo: c'è una parte in beneficenza, mi raccomando, ditelo.
E' il 5% di tutto, obiettivamente è meglio dello scudo fiscale.
Ne rimangono, quanti? Ah, già, 38...
Ok, l'abbiamo detto.


PS: 15 anni per creare una banca, 15 minuti per farsela togliere. Record...
PS2: a proposito, sapete quanto si prende lo Studio Erede?

Unicredit e l'arbre magique


Profumo se n'è andato.
C'era troppa puzza, ormai...



PS: post corto, vero. Ma c'è altro da dire?

sabato 18 settembre 2010

Sergio Maglionne e le questioni di Stilo



Senza cravatta, senza giacca: Marchionne anche nel giorno della separazione è rimasto fedele alla sua immagine.
Ma Fiat no, si è spaccata a metà come una mela e c'è da giurarci che la sua immagine non sarà più la stessa.
Ci sarà una Fiat Spa quotata che si occupa di auto - Maserati, Ferrari, Chrysler comprese - e un'altra Fiat, la Industrial, sempre quotata, che guiderà camion e trattori. Avranno manager diversi, consigli di amministrazione diversi, titoli diversi.
Alla fine, la finanza ha seguito strade che il cuore non conosce.
John Elkann ha detto che i problemi sono quelli di sempre, ma è cambiato l'atteggiamento. Chissà che cosa direbbe il Nonno, se lo sentisse...
L'esordio operativo di tutto l'ambaradam è il prossimo primo gennaio.
Mancano tre mesi e mezzo e non sarà tutto in discesa...
C'è il probelma del debito, oltre 740 milioni: chi se lo becca, e quanto, delle due? Quindi, come si ripartisce? Ma, soprattutto: siamo sicuri che questo importo, fotografato a luglio, a dicembre sia lo stesso? (Il che, considerando la salute del mercato dell'auto, non è un dettaglio) E infine: che faranno le agenzie di rating? Daranno un bel voto a una società che nasce gravata da debiti, sì ma quanti debiti, e via discorrendo...
Senza contare le tensioni con il sindacato, dopo il caso dei tre licenziamenti-simbolo a Melfi e la mossa di spingere verso la rottura del contratto nazionale del 2008, ora definitivamente smontato, per avere mani libere su Pomigliano e le altre mille possibili che verranno, visto che senza quel paracadute giuridico, per qualunque sindacato (leggi Fiom-Cgil) sarà impossibile aprire contenziosi giuridici.
Il passato è rottamato, all'assemblea hanno detto che d'ora in poi Fiat penserà al futuro.
Va benissimo: è la prima volta che lo fanno.
Poi, come lo fanno...


PS: a Mirafiori temono il modello Pomì. Alle ultime elezioni il 65% di loro ha votato Lega. Che ora non vengano a dire che era meglio quando a loro pensava Bertinotti. Hanno anche Cota in regione, meglio di così...

Basilea 3, troppo soft per essere vera


Il fatto che, per firmare quattro regolette sui capitali bancari, siano dovuti andare a Basilea per la terza volta, è già di per sé una piccola punizione.
Considerando che la città svizzera prima era famosa nel mondo per l'istituto di entomologia, quello cioè che studia gli insetti, avere la conferma di essersi trasformata nella città del Grande Sistema Bancario, cioè quello che realizza le crisi, la candida quasi sicuramente tra le tappe dell'itinerario del touring dedicato ai posti più brutti del mondo.
Ma di brutto c'è che le regole varate dalla crema dei governatori del mondo hanno a disposizione una decina di anni per entrare effettivamente in vigore. E' stato approvato un percorso che parte dal 2013 (quindi dopo il 2012 a rischio giudizio universale, così - se fosse - non avremo mai la soddisfazione terrena di vederli strippare un po') e arriva al 2019.
Un periodo troppo lungo per non farci sospettare l'ennesimo rinvio...
Non stiamo per favore a discutere di ratios, perché qualunque essi siano, se vanno bene adesso, non è detto che vadano bene per il 2013, 2014, 2015, 2016, 2017, 2018, 2019...
E infatti gli istituti di credito, con buona creanza, hanno applaudito a questa riforma, perché li mette in condizione di continuare a fare gli arcicazzi loro.
Riforma troppo soft per essere vera...

venerdì 10 settembre 2010

Ti faccio il Pil e il contropil...


Diceva ieri l’Ocse: la vostra economia è a rischio di arretramento.
Dice oggi l’Istat: il Pil sale, siamo usciti dalla crisi.
Sembra un duello a colpi di cifre, forse lo è, ma se la matematica non e’un’opinione, i dati sono difficilmente comparabili, ed è come se parlassero lingue diverse.
E’ vero che l’Istat annuncia un aumento dello 0,5% della nostra ricchezza nazionale nel secondo trimestre rispetto al precedente, miglior risultato da 4 anni.
Ma è altrettanto vero il dato raggelante dell’Ocse che, con tutti i margini di errore previsti (+/-1,5%), prevede comunque un potenziale -0,3%, ma lo fa per il terzo trimestre.
E il nodo, in questo ennesimo strascicato malinconico dibattito sul tentativo di accreditare all’Italia la maggiore capacità di reazione alla crisi possibile (manco fossimo scemi e non ci fossimo accorti di come stiamo), è tutto qui: l’Ocse – come un’indovina - fa una previsione sul futuro, l’Istat – come un ragioniere - si riferisce al passato.
L’avvertimento, sottile, una vera gufata, è che siamo usciti dalla crisi tra aprile e giugno, ma rischiamo di rientrarci – dice l’Ocse – tra luglio e settembre.


PS: il capo economista dell’Ocse è italiano e si chiama Piercarlo Padoan. Non che così faccia meno male…

martedì 7 settembre 2010

Bancarizzati & bancarincazzati


Giornate pesanti, come rientro dalle ferie non c'è male.
Tralasciamo (per ora, dateci un paio di giorni) le vecchie nuove paure che riguardano la solidità delle banche europee, il riaffacciarsi dello spettro delle cajas spagnole, la lievitazione dei rendimenti (chiamateli se volete premi al rischio) dei bond irlandesi, portoghesi e greci.
Tralasciamo perché tanto non è cambiato niente (lo diciamo da mesi...).
Ma vi regaliamo una chicca, di quelle che fanno pensare e anche venire le bolle:
c'è arrivata la richiesta di dare spazio a uno studio sul risparmio dell'Osservatorio Ing Direct.
Nulla da dire: è interessante, chiaro, moderatamente ottimista e utile.
Ma porca miseria, quando si legge nel disclaimer che il campione è composto di oltre "mille individui rappresentativi della popolazione bancarizzata" sembra di leggere la motivazione di un attapiramento, le specifiche di un bugiardino su un farmaco antidepressivo.
Bancarizzato a chi?
E' l'ennesima prova che il cammino verso un linguaggio chiaro e comprensibile, nonostante la buona volontà, è in salita, e la salita è ripida come l'Aconcagua.
Alla terza riga c'è scritto pure "trend"... Aiuto, dateci una speranza, ora o mai più.
Siamo veramente bancarincazzati...

venerdì 30 luglio 2010

Ops, Burani scivola in passerella


La Burani non c'è più.
Ma che cosa sarà mai la Burani? Scommettiamo (soprattutto lo facciamo con le signore) che nel vostro guardaroba avete molti pezzi usciti dai magazzini di questa ditta premiata che fu?
Mutande (La Perla), borse (Braccialini, Biasia, Coccinelle), scarpe (Sebastian, Baldinini), tute (Freddy), senza contare qualche decina di marchi in licenza.
Se proprio un paragone si può fare, il pasticciaccio Burani è più simile allo scandalo Madoff che non al crac Parmalat.
Non ci sono obbligazioni piazzate alle zie di mezza Italia, piuttosto ci sono quote di società e briciole di holding sparse qua e là tra amici più o meno vip.
In poche parole, con la massima presunzione di innocenza - che si riserva nell'ipergarantismo anche a chi ha fatto sparire un parco di auto storiche dal garage - qui si parla di ricchi (o ex, che però faticavano a farsene una ragione) che hanno dato un pacco ad altri ricchi.
La lista dei beffati è lunga e vanta cognomi eccellentissimi nella moda, nei vini e nelle bevande: nomi altisonanti, di ottima borghesia industriale lombarda, che troviamo sulle etichette di molte cose che mettiamo nel carrello al supermercato (ma che non citiamo perché vogliamo evitare troppo amaro in bocca).
Tutti hanno acquistato rami e rametti in aziende legate alla famiglia di Cavriago, perché tra amici e amici degli amici si fa... Detto fra noi, arcicavoli loro: se uno si fida, poi non si lamenti.
Si narra di un buco che dai 700 milioni di euro potrebbe arrivare fino al miliardo.
Quello che non si narra è come sia stato possibile che una società quotata, già in amministrazione controllata, comprasse marchi su marchi e lanciasse opa su marchi in parte già posseduti, quando nella maggioranza dei casi tante di queste operazioni, anche agli occhi di un commercialista fresco di studi e mediamente scafato, sarebbero subito apparse come incroci e sminestramenti su parti correlate, convenzionalmente vietate.
Anche qui, come in tanti altri casi, è sparito tutto: abili manine in questi ultimi mesi hanno sfilato immobili e ciccia varia dalal holding per piazzarle in tutta comodità dentro fondi patrimoniali inaccessibili ai creditori.
A proposito, c'è qualche uccellino che va in giro a dire che ora la moda trema.
Sbagliato. La moda... trama.
Se sei quotato è un conto, ma se non lo sei puoi continuare anche a riempire i magazzini di merci cinesi e giocare con le false fatturazioni, tanto chi vuoi che se ne accorga? Alla Consob non c'è nemmeno il presidente...

venerdì 23 luglio 2010

Scopri che cosa Fiat ha in serbo per te!


All'indomani della minaccia-choc di spostare la produzione delle monovolume in Serbia, in un'ipotetica classe di un istituto...

Tema.
Parla dell'industria italiana più famosa e racconta la tua esperienza personale con lei.

Svolgimento.
La Fiat è una grande industria italiana. Produce molte macchine, ma tante restano sul piazzale di Mirafiori, soprattutto le Multiple. Così le faranno da un'altra parte, e nessuno potrà più scattare delle foto compromettenti.
La Fiat ha comprato la Chrysler ma adesso forse dovrà ripensarci perché nel garage non c'entra...
Sembra che la Fiat, che è nata a Torino, sia leader su alcuni mercati: per esempio la Sardegna (laggiù hanno tutti la Panda, macchina resistente, infatti nessuno paga l'assicurazione...).
Fiat, però, è generosa: ha sempre qualcosa in serbo per te!



PS Tornassimo indietro, forse il capitolo "Immatricolata Concezione" lo scriveremmo diversamente. Quanto fatto da Marchionne con Chrysler è stato grandioso, ma mettendoci per un attimo nei panni delle famiglie di Pomigliano e Mirafiori, non c'è più troppa voglia di ridere.

Zu Nino, dal bonifico alla bonifica...


Zunino (tutto attaccato, Zu Nino è un altro: commercia in triglie di sfroso davanti alle Eolie) è stato bonificato un anno fa.
Infatti gli hanno mandato un bel bonifico da mezzo miliardo di euro per salvarlo da un fallimento imbarazzante.
Imbarazzante per chi?
Per chi l'aveva rifornito di contanti per costruire palazzi che non riusciva a vendere, perché bello com'è quel radioso quartiere, se ci vai dopo le otto di sera (e non lavori a Sky, che loro hanno le guardie private) ti scambiano per un pusher di cristalli allucinogeni, senza contare che bisogna fare lo slalom tra topi, buche e pozzanghere dove sguazzano fra un po' anche le sanguisughe.
Ora, per bonificare l'area di Santa Giulia a Milano dove i palazzi sono stati costruiti sopra una bomba batteriologica (cancerogena), serve più o meno la stessa cifra.
Sarebbe imbarazzante che non si trovasse un bel consorzio di garanzia per sistemare la cosa.
Lo sapete come si chiama/chiamava la società di Zunino? Risanamento...
Porca miseria, il destino a volte è proprio bastardo.

PS. ma avete idea di quanto possa essere "sporca" un'area il cui costo di pulizia è pari alla metà del suo valore? Con la beffa che, anche rilevandola, i palazzi andrebbero abbattuti per permettere la bonifica. E bravo Zu Nino...

lunedì 19 luglio 2010

C'è un ventaglio di (brutte) possibilità


Provate a immaginare chi, dopo l’anno tra i più orribili della storia, sogna di andarsene in vacanza.
Provate poi a immaginare chi, per farlo, ha addirittura chiesto il solito prestito trinciaossa.
Ora, infine, immaginate chi ha fatto entrambe le cose scegliendo i Viaggi del Ventaglio come tour operator.
Nel giorno in cui l’Istat rivela che il 24% degli italiani acquista pacchetti turistici sul web, dovrebbe fare notizia che fino a venerdì scorso, a Ventaglio già fallito e digerito, sul sito del gruppo i viaggi (col buco) si potevano ancora acquistare. Se cliccate adesso, c’è scritto che la sezione “shopping” è in manutenzione, ma fa impressione che la homepage sia ancora accattivante, tutt’altro che listata a lutto.
Non cercate la parola “default”, “fallimento”, “chiusura”: non c’è.
Chi doveva sapere, anche stavolta, sapeva.
Sinceramente, chi ha acquistato un viaggio dal Ventaglio se ne frega che questa società fosse da un paio d’anni sulla “lista nera” della Consob.
E il problema, forse, non è nemmeno questo, quanto che i cataloghi siano stati tranquillamente spediti, distribuiti e piazzati nelle mani di tanti italiani convinti dalle immagini bikini-cocktail-ombrelloni-disco-buffet
Molte agenzie turistiche, con coscienza, questi cataloghi non li hanno distribuiti. Altre l’hanno fatto. I clienti di queste ultime dovrebbero chiedere spiegazioni (e se si portano dietro un amico che fa il buttafuori in qualche discoteca nel Viterbese, potrebbero spuntare almeno un weekend gratis a Lignano).
C’è chi ora, forse con l’obiettivo di racimolare qualche “tessera” sostenitori, potrebbe inventarsi una class action. Occhio: non c’è più un patrimonio sul quale sperare.
Il Ventaglio da tempo ha già ceduto i suoi gioielli e ora ha chiuso.
E’ il triste epilogo di chi aveva inventato l’all inclusive.
Tutto incluso.
Anche la bufala.

martedì 13 luglio 2010

La nuova "loggica" delle cose


Nel centro di ricerca del campus scientifico dell’Università di Milano c’è un laboratorio off limits in cui vengono custoditi batteri e virus pericolosi.
Questo laboratorio, che ha una porta blindata con tanto di triangolone giallo appiccicato sopra (“Bio hazard”, come nei film) si chiama P2.
Fortunatamente, dal laboratorio non è uscito niente.
Ma dai meandri della memoria e da qualche sottoscala sì: in questi giorni, infatti, si parla tanto di questo nuovo virus “loggiante” dal nome in codice P3.
A noi della P3 non può fregare di meno (se fosse la punta di un iceberg, tanti auguri e chi deve andarci vada pure in galera).
Ci frega un po’ di più assistere invece ai tentativi di deviazione che portano lontana l’opinione pubblica dai veri problemi che toccano le nostre tasche, il nostro futuro e il futuro dei nostri figli. E’ tutto esattamente come prima, forse peggio.
E noi abbiamo sempre creduto che sia in queste logiche (anzi “loggiche”, da loggia, così ci adeguiamo al tormentone) che si nasconde l’intento delle lobby più potenti di questo paese che non corrompono assessori, magari però ingaggiano comici per rendere rassicuranti i loro spot.
Mai come in questo tempo penultimo lottare contro di loro è come lottare contro i mulini a vento…
E' l'eolico, bellezza!

I nostri debiti corrono a 21 milioni all'ora


Il debito pubblico italiano è cresciuto a maggio di 15 miliardi di euro rispetto al mese precedente. Se, detta così, la cosa non vi dovesse colpire più di tanto e restare solo un numero su una grafica anonima dispersa in qualche telegiornale, provate a leggerla così: in Italia il debito cresce di 484 milioni al giorno, oppure di 21 all’ora, e la cifra complessiva raggiunta in 31 giorni vale più della ricchezza prodotta in un anno dal Paraguay, recente nostra rivale ai Mondiali (e bravissima catenacciara) .
Davanti a queste cifre è onestamente difficile pretendere che le famiglie non si indebitino, visto che lo Stato offre veramente un pessimo esempio.
Lo offre, se è per questo, anche nella lotta all’evasione, sbandierata come un vessillo per prendere qualche voto in più tra le casalinghe di Voghera e gli alpini di Cuneo, ma nella realtà rimasta un sogno irrealizzabile.
Secondo i dati dell’Istat, nel 2008 il “Pil occulto” ha raggiunto i 275 miliardi di euro e ci sono ben tre milioni di nostri connazionali che lavorano in nero.
Anzi, meglio: che lavorano e guadagnano a nostra insaputa.
(La vista Colosseo è un optional)

lunedì 12 luglio 2010

A chi daresti due sberle?


Un italiano su due non pensa al proprio futuro (economico).
E i vecchi – secondo l’ultimo rapporto del consorzio Patti Chiari - hanno una cultura finanziaria superiore del 50% a quella dei giovani.
Cioè l’Italia di domani ne saprà ancora molto poco.
A meno che…
A meno che in questo paese la cultura finanziaria, adesso calcolata da un indice (ICF) che va da 0 a 10 come a scuola (e siamo a una media nazionale del 4,3: bassa come il voto di una verifica in greco), venga calcolata in sberle.
Hai toppato con il mutuo? Tre sberle.
Hai clamorosamente fallito nella scelta di un fondo? Due sberle.
Insisti a comprare i Bot per il lungo periodo e azioni per il breve? Cinque sberle (e un calcio negli stinchi).
Ma il passo successivo sarebbe calcolare il sberle anche il danno di chi ci induce a queste scelte vergognosamente sbagliate.
Tanti giornalisti ne uscirebbero con la faccia perennemente tumefatta.
Tanti bancari dovrebbero girare con il casco.
Certi banchieri, probabilmente, assumerebbero degli stuntman come controfigure.
No, le sberle non risolverebbero altro, se non la nostra immensa voglia di sfogarci.
Perché, in ogni caso, resteremmo ignoranti e facili prede.
Alla fine il rapporto individua lo strumento di azione nello “sforzo congiunto” per migliorare il livello di educazione finanziaria in Italia.
Enti, industria bancaria e finanziaria, media, scuola e associazioni dei consumatori: tutti insieme “congiuntamente” devono trovare un modo per sollevare la cultura del risparmio, nella consapevolezza che sia un elemento essenziale per la prosperità economica di ogni nazione.
Felici per queste belle parole.
Ma, se capita, anche due sberle proprio no?

venerdì 2 luglio 2010

Profumo e l'Arabia esaudita


Unicredit Aabar, anzi Unicredit Akbàr (più orecchiabile, significa Unicredit è grande).
Sì, detto in arabo suona ancora male. Ma il fatto è che Alessandro Profumo ha trovato ancora un modo perché si parli di lui e delle sua banca in molte lingue: italiano, tedesco, inglese e certamente arabo.
Stavolta niente derivati scapestrati, niente voci di fallimenti tecnici, niente bonus milionari.
Stavolta si parla di nuovi soci che qualcuno definisce “ingombranti”. Soci che vengono da lontano, da Abu Dhabi; ma poi non così lontano, visto che nel capitalone di Unicredit ci sono già i libici con il 4,988%: più laici, più interconnessi con le nostre storie, a portata insomma di peschereccio…
Fa pensare, magari, che il fondo Aabar con il suo 4,991% ora sia il secondo azionista della banca a un filo di scimitarra dalla quota di Gheddafi. E allora se la prende il sindaco ad altà velocita di Verona Flavio Tosi, che teme si riduca il ruolo della Cariverona e, tra un autovelox e l’altro, invoca l’intervento crociato del Governo. Perché una cosa sono i padani, un’altra i pagani…
“A noi le banche del Nord”: ve lo ricordate il petardo lanciato da Bossi nel mezzo del dibattito sulla salute dei nostri istituti di credito?
Non sembra che stia andando come il Senatur avrebbe voluto. Il mercato segue vie che il cuore non conosce: in questo caso per l’operazione gli emiri hanno messo sul tavolo poco meno di 2 miliardi di euro (1,8-1,85 per i pignoli). E lo hanno fatto dopo essersi presi il tempo giusto per ragionare: il 14 gennaio 2009 un articolo di Alessandro Graziani su “Il Sole 24Ore” raccontava dei viaggi di Profumo ad Abu Dhabi a caccia di nuovi soci.
Un anno e mezzo dopo il Superbanchiere si è sicuramente ripagato il biglietto dell’aereo in business.
(L’andata di sicuro. Il ritorno chissà...).

giovedì 24 giugno 2010

Italia addio (ma ki wi ha visto?)


Anche l'Italia (vedi post precedente sulla Panda) è una squadra profondamente italiana.
E' piccola piccola.
Consuma senza rendere.
Ha al momento dotazioni di serie modeste.
Certi passaggi sono orribili.
Il tiro in porta invece non è ancora di serie.
Sì, l'Italia è una squadra profondamente italiana.
E' vero made in Italy calcistico.
Ma allora perché non andarla a produrre in Slovacchia?


PS: calma, non sbagliamoci. Non siamo stati cacciati da questo mondiale dall'aggressiva Slovacchia o dal dinamico Paraguay, ma dalla lontana (e sgomitante) Nuova Zelanda. Nella classifica Fifa sta al 78mo posto, noi al quinto (in probabile discesa). Per chi non ci avesse ancora ragionato il paesello dei maori è esattamente ai nostri antipodi e ha la forma anche lui di uno stivale, ma rovesciato. Però nessuno solo per questo potrà permettersi di dire che le cose sono andate al contrario del giusto. Purtroppo sono andate invece proprio come dovevano...

La Panda tra sindacalisti e animalisti


La Panda è un'auto profondamente italiana.
E' piccola.
Consuma.
Ha dotazioni di serie modeste.
Certi colori sono orribili.
Gli alzacristalli elettrici invece non sono di serie.
Nemmeno la chiave di scorta.
E' scomoda, ma sa arrampicarsi (anche sugli specchi, proprio come noi).
Sì, la Panda dal 1980 è un'auto profondamente italiana.
E' vero made in Italy.
Ma allora perché continuare a produrla in Polonia?


PS: il panda, invece, è un animale in via di estinzione. E persino i cinesi (che quando si tratta di diritti umani stanno verso la parte bassa della classifica) hanno deciso di salvarlo. Possibile che al mondo ancora adesso sia più facile salvare un orsetto piuttosto che qualche migliaio di posti di lavoro? Al prossimo referendum a Pomigliano si lasci ai lavoratori la vera libertà di coscienza: sia permesso loro di scegliere tra Cgil, Cisl, Uil. E WWF...

sabato 5 giugno 2010

Trento e i canederli dell'informazione


Al Festival dell'Economia di Trento quest'anno si parlava di crisi e informazione, dell'importanza che avrebbe avuto la seconda a farci capire meglio la prima, e via discorrendo con una sfilza di dottissime prolusioni di prof, direttori e massmediologi che tra un morso al canederlo e una fetta di strudel hanno avuto modo di andare a caccia di colpevoli.
Se credete, andate a vedere il programma degli interventi e vi accorgerete che i presenti sono stati scelti - ma guarda un po' - tra lo zabaione dei bravi direttori di quotidiani e di telegiornali, tra i celebranti di noti e rinomati talk show. I soliti.
E allora viene da farsi la domanda da poveri peones (e onestamente ci rode non essere a Trento, ma noi si sa: non siamo abbastanza a destra, né abbastanza a sinistra, né abbastanza cremini, però nemmeno cretini): dov'erano nei giorni della crisi quando i loro giornali ce la raccontavano attraverso le penne di qualche consigliere di Confindustria o di qualche fondazione bancaria? Quando a fare i fighi sotto i riflettori c'erano i vari barbagianni che da lustri si spartiscono le comparsate a gettone?
A Trento, certo, hanno fatto tutti autocritica, si sono battuti il petto (e poi via a farsi l'ultimo canederlo...), ma forse si è persa l'occasione di focalizzare il vero problema che ha l'informazione economica nel nostro paese: il linguaggio.
Quando andammo in libreria con "Vaffanbanka!" un importante direttore (di un importante quotidiano) ci disse che avevamo fatto "un discreto tentativo di divulgazione popolare".
Discreto e popolare, capito? L'idea che ci possa essere qualcuno che tenta di spiegare alla gggènte quello che pochissimi spiegano, utilizzando la lingua dei nostri bar e non quella dei pub (swap, switch, benchmark...), è vista come un esercizio da peones. Lo vogliamo ribadire: da ignoranti siamo ottimi clienti e l'informazione economica nel nostro paese era e resta al servizio dei suoi finanziatori pubblicitari e dei suoi azionisti.
Che sponsorizzano i festival e, sotto sotto, sperano che restiamo ignoranti. E peones.

La potenza è nulla senza controllo


E' veramente curioso.
Negli ultimi due anni sono state usate tonnellate di inchiostro e qualche miliardo di litri di fiato per tentare di spiegare al mondo che la crisi era nata da una mancanza di regole o, quando c'erano, dalla loro inadeguata applicazione.
Abbiamo assistito a summit, e a summit sui summit (senza contare i "framework", i "protocolli" e le "intese") che, oltre a regalare indimenticabili weekend in posti ameni ai capoccioni dei principali governi dei principali paesi dei principali continenti, avevano l'obiettivo altissimo e sacrale di regalarci regole.
Regole sulla finanza, sull'economia, sui derivati, sui mutui, sulle imprese, sulla concorrenza.
Due anni dopo, nel momento in cui la prima grande economia del mondo spende energie (finalmente) concrete nella loro elaborazione, noi andiamo esattamente nella direzione opposta.
"Meno regole per tutti": è questa la ricetta del rilancio dell'economia nel nostro paese. Ma è bene non confondersi: il liberismo di cui si parla per cercare quanto meno di rendere l'intervento orecchiabile, è proprio un'altra cosa, e comunque è nato in culture e paesi dove la tradizione all'autoregolamentazione e al diritto sono molto radicate.
Se però vi piace l'idea di aprire un ristorante senza licenza è venuto il vostro momento.
E' vero che viviamo un eccesso di leggi e leggine, ma che diventi possibile fare tutto quello che non è proibito fa assumere alla proposta contorni al momento un po' inquietanti.
Ricordate, lo diceva anche la pubblicità: la potenza è nulla senza controllo.

giovedì 20 maggio 2010

Scusa zia Angela, cosa hai messo nella Borsa?


C'erano infiniti modi perché la cancelliera tedesca esponesse il suo pensiero sull'euro senza massacrarlo.
Infiniti modi per evitare di svuotare la Borsa...
Ma Angela Merkel ha scelto il peggiore: gelidamente teutonico e terrorizzante come l'acciaio di un panzer.
Dire che "l'euro è a rischio" risponde a una strategia della tensione che la cancelliera si poteva risparmiare, tutto questo se la guardiamo da euroalleati.
In verità, se la guardiamo da tedeschi, l'uscita isterica della Merkel è perfettamente comprensibile, anzi completa lo scenario di presunzione e arroganza che sta rendendo la Germania più che una cugina, una zia molto antipatica e taccagna.
In un'Europa con un'identità politica concreta (e con leggi da rispettare) la Merkel andrebbe processata - e condannata - immediatamente per turbativa dei mercati e procurato allarme. Di certo ha dimostrato una pericolosa ignoranza a poche ore dai suoi attacchi contro gli speculatori: non si è resa conto che proprio le sue parole sono il terreno più fertile per loro.
Ed è bene che non se ne sia resa conto, perché altrimenti sarebbe anche insider trading...
Il fatto che sia anche stato annunciato il blocco delle vendite allo scoperto, senza alcuna concertazione con gli alleati, fa assumere alla storia un contorno di superbia che poco si sposa con l'europeismo. Forse, lo sotterra.
Se poi qualcuno avesse voglia di fare un passo in più, e chiedersi perché mai la Germania era così infervorata con il supereuro e adesso è così bastardamente impanicata per il minieuro, sappia tre cose.
1) La Germania vende la maggior parte dei suoi prodotti all'interno dell'area euro (tanto per dire, due auto su tre sono tetesche di cermania).
2) Per questo gode un sacco a incassare euro e cambiarli in dollari (e tanti più dollari, quanto più l'euro è forte) con cui paga le sue "bollette" (pere sempio petrolifere) a sconto.
3) E' ugualmente ipotizzabile che utilizzando la valuta forte si diverta in giro per il mondo a fare operazioni in valuta (carry trade) incassando la differenza.
Detto questo, appare chiaro che la possibilità di un euro debole utile a rinvigorire le esportazioni nostre e dei francesi è vista dalla Merkel e da molte teste di crauto come un dettaglio inutile.
E poi: avete presente che cosa esportiamo noi e i francesi? Tra l'altro, anche cose effimere, sicuramente belle, ma che se ne fanno i tedeschi delle nostre paillettes, loro gente abituata a ciabattare in birkenstock e a sorseggiare il cappuccino con l'amatriciana alle tre del pomeriggio davanti al Pantheon?
Aspettiamoci una bella copertina di Der Spiegel che ci illustri la mafia.
In Europa, però.

mercoledì 19 maggio 2010

'O famo strano? No, etico!


“Caccia a evasori e falsi invalidi”.
Oh, bene. C’è scritto sui giornali. Che sia la volta buona?
Il ministro Tremonti parla di una “manovra etica”. Piace, per carità. Fa immaginare scenari nuovi, più condivisi, fa quasi sperare in un mondo migliore: etico!
Noi, che nelle nostre avventure editoriali abbiamo sostituito il Pil (Prodotto Interno Lordo) con il Vil (Valore Interno Lordo) siamo felici.
Prendersela con gli evasori assicura simpatia, purché stavolta la soluzione non sia un condono.
Avremmo tutti voluto più etica prima, però. Quando serviva accorgersi che ci sono nazioni che truccano i conti tanto e male, altre che lo fanno poco e bene, altre ancora che lo fanno molto e benissimo.
Sarà molto etico che in futuro non abbiano più modo di farlo, ma soprattutto che sentano i morsi dello spirito e si convincano che farlo non si deve. Ci fidiamo?
Dovremmo poi fidarci – in ordine sparso - degli appaltatori, dei subappaltatori, degli appaltanti e dei subappaltanti.
Dei consulenti che consigliano eticamente, dei commercialisti che controllano eticamente, degli idraulici che fatturano eticamente e dei loro clienti eticamente pronti a pagare quel che c’è.
Sia chiaro che quel caro signore che vorrà pagarci la rata del mutuo senza dircelo (ma se siamo fortunati magari troviamo quello che ci paga anche la casa senza dircelo…) dovrà invece fare pubblica ed etica ammissione.
Eticamente ora staremo a vedere.
Probabilmente, sempre eticamente, siamo già preparati a pagare.
Perché, eticamente, sempre agli stessi tocca.
Poi, stavolta, se eticamente toccasse anche a quel bauscia brizzolato che ha il Cayenne, posteggia sull’area invalidi e non paga il ticket in farmacia, sarebbe mica male.
Ma fate presto: qualcuno andrà a dirgli che il bollino arancio con la carrozzina sul parabrezza attaccato accanto al pass del golf lo renderà un candidato certo al redditometro.
E chissene: lui è nullatenente. Anzi, tiene una prozia sciancata che accompagna sempre a fare la spesa in Montenapo.
Lui è a posto.
Forse, per un po’, smetterà solo di giocare a golf.
Eticamente.



PS: ma stavolta speriamo davvero che non finisca così…

Tranquilli, l'happy hour continuerà...


Ventisei miliardi novecentonovantatre milioni centonovantaseimila euro. Cioè 26.993.196.000 in cifre. E' questo l'importo probabile della manovra finanziaria di correzione prevista dal Governo. Come si nota, è inferiore ai 27 miliardi previsti in un primo momento grazie al provvidenziale taglio degli stipendi dei parlamentari, pari al 5%.
I parlamentari, infatti, sono 945; si ridurrebbero lo stipendio, 12mila euro, del 5%, quindi di 600 euro che moltiplicati per 12 mesi e per il loro numero dà l'importo "stratosferico" di poco meno di 7 milioni di euro (!).
Il ministro del'Economia Giulio Tremonti ha (onestamente) definito questa ipotesi solo "un aperitivo".
E, del resto, di fronte a numeri così "importanti" si può tranquillamente affermare che l'happy hour tra Montecitorio e Palazzo Madama continuerà.
(Basta il pensiero?)


PS: altra cosa sarebbe stata annunciare che la politica ridurrà del 5% i suoi costi. Tra auto blu, assistenti, portaborse, rimborsi, sottosegretari, massaggi, messaggi, indennità, consiglieri - regionali, provinciali, comunali - la politica costa direttamente alle nostre tasche 5 miliardi di euro. Ma è un conto contestabile: sono molti, molti di più.
Il 5% di questi costi varrebbe 250 milioni di euro. Sempre bruscolini, forse. Ma almeno presentabili (per esempio a chi legge i giornali da Mirafiori).

venerdì 14 maggio 2010

Robinùd, noi e gli "speculattori"


Parola di Russel Crowe (che lo interpreta al cinema): se esistesse oggi, Robin Hood se la prenderebbe con gli speculatori.
Bersaglio giusto e sacrosanto, che resta però ancora avvolto nel mistero del racconto multimediale (e, se volete, leggetevi che cosa ne pensiamo su un paio di post fa).
Tanto per fare un passo avanti, diciamo che il mondo - metaforicamente - non è mai stato così pieno di "speculattori", gente che fa comunque di tutto per farci vedere un film e farci pagare biglietti sempre più cari senza permetterci di interpretare nemmeno piccoli ruoli da comparse.
Ma non vi girano le frecce?
Noi, nel nostro piccolissimo, ci siamo sentiti gratificati dalle parole di Crowe. Pronti a scatenare l'inferno a un suo ordine (quando faceva il Gladiatore) siamo pronti adesso a tirare fuori l'arco e spararne qualcuna.
In verità, tentiamo di farlo (bene o male, non tocca a noi dirlo) da quando scriviamo su "Oggi", poi con Vaffanbanka! e Vaffankrisi! abbiamo migliorato la nostra presenza nella foresta di Sherwood.
Non rubiamo ai ricchi e non regaliamo ai poveri (se non qualche consiglio onesto e gratis), ma ci piace un sacco fare "Robinùd".
Però, quale sarebbe il reame da difendere?

Libero rating in libero stato


Ripensandoci: ma le polemiche a caldo sulle agenzie di rating, che anziché dare pagelle orientano il mercato, sono già finite?
Sfogliate i piani europei, i contropiani, i verbali, i comunicati e tutto quel cavolo che preferite, e vi accorgerete di una cosa: di agenzie di rating già non parla più nessuno.
Nessuno le mette all'ordine del giorno.
Nessuno si permette di criticarne, se non la qualità, almeno la quantità.
Pensateci: in un mondo economicamente depresso e finanziariamente psicotico (e sì che di lezioni dovremmo averne prese) la gestione dell'affidabilità di società e nazioni resta nelle loro mani.
Qui, Quo e Qua si sono salvati ancora.
E ci sarebbe da discutere un po' su Qua: più che tre agenzie sono due e mezza, visto che Fitch - per quanto si dimeni e alzi la voce - è considerata di un peso inferiore a Moody's e Standard & Poor's (nessuno lo dice mai con chiarezza, ma così è).
Per semplicità diciamo pure che sono tre, ma vi rendete conto: tre!
Alla faccia della democrazia e del liberismo ci sono in tutto il mondo tre e solo tre soggetti che possono permettersi di dare dell'inaffidabile a una nazione, spacciandola come spazzatura e carne morta.
Che sulla Grecia abbiano ragione non c'è dubbio, ma ce ne sono tanti di dubbi a proposito dell'intempestività con cui l'hanno fatto: se ne sono accorte solo adesso, dopo - più o meno - otto anni in cui i discendenti scapestrati di Platone truccavano i conti?
Scusate, ma allora bolliamole come "junk". Si abbia il coraggio di dire che le agenzie garantiscono risultati utili per un perito settore che si accinge a tagliare un cadavere, non di certo per curare un paziente e trovargli la giusta cura.
Proposta: liberalizziamole!
Si trovi il modo di farle crescere di numero, facciamo sì che fra un anno ci siano almeno venti agenzie di rating che possono giudicare l'onorabilità di un paese.
Facciamo sì, inoltre, che ce ne sia qualcuna europea, italiana francese tedesca. Massì, una cinese, una giapponese e - ci mancherebbe - una anche svizzera.
Insomma, non sappiamo a voi, ma a noi di essere giudicati solo con un metro americano non va più bene. Il sospetto che il mercato sia orientato a favore di Wall Street (tanto per dargli una faccia, ma non l'unica) è diventato quasi una certezza. Avete presente il cambio dell'euro adesso?
Ci vorrebbe proprio a' livella.

lunedì 10 maggio 2010

Alla faccia degli "speculatori"


Tutti tuonano contro gli speculatori.
Ma prendersela con loro non significa niente.
Ce li fanno immaginare con il cappuccio, mentre tramano in oscure stanze dei bottoni, in giro con valigette piene di denari, felici con un flute in mano nel fine settimana dopo il crollo di Wall Street, che presumibilmente festeggiano in compagnia della segretaria "taccododici" ormeggiati magari nei pressi di qualche (ora sfigata) caletta greca.
Ci siete cascati ancora, dite la verità.
Quando tra un talk e un tg avete sentito quella parola, "speculatori", avete fatto presto a odiarli, a maledirli, ma non siete riusciti a dar loro una faccia che non sia quella di qualche miliardario in gessato con il sigaro in bocca, sempre dura a morire nel nostro cinemascope collettivo tirato su a luoghi comuni.
Proviamo, invece, a dargli un volto a queste teste di gesso.
Un volto vero, di quelli che passano spesso al tiggì e che quasi ogni giorno troneggiano sulle prime pagine dei giornali del mondo che hanno fatto veramente di tutto (e di peggio) per impoverire.
Pensate a quelli che due anni fa, dopo Lehman, promettevano le regole.
A quelli che hanno preso bonus milionari nell'anno in cui i loro clienti hanno faticato a pagare la rata perché disoccupati.
Guardate la sfilza di quelli che entrano ed escono dai summit e ai quali tengono aperte le porte delle auto blindate e provate a fare un test: quanti di loro hanno verosimilmente migliorato la vostra vita, realizzato qualcosa di concreto per farvi sentire al sicuro?
No, loro non sono gli speculatori (non tutti almeno), ma è sulle loro azioni che gli speculatori hanno trovato il terreno fertile per fare quello che hanno fatto.
E' sulla loro incapacità di gestire la crisi che il grigio rubicondo in gessato coltiva i suoi affari.
Vedete di farci una pensata al prossimo telegiornale.

martedì 4 maggio 2010

L’Europa e i porci senza ali


“Ci sono altri paesi che, senza misure di aggiustamento, sono esposti a un rischio simile” a quello greco. Il monito arriva dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi che, nonostante si allinei all’abitudine diffusa di non fare mai nomi, rompe il silenzio con questa frase semplice, la cui forza sta esclusivamente nel prestigio istituzionale di chi la pronuncia.
Il succo, infatti, è noto anche all’ultimo dei mohicani: tutti sanno che dopo la Grecia potrebbe venire il Portogallo, dopo il Portogallo potrebbe venire la Spagna, dopo la Spagna potrebbe venire l’Irlanda e dopo la Spagna potrebbe venire l’Italia.
E’ la vecchia storiella dei porci senza ali, i “pigs” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), acronimo infamante dal quale siamo stati estromessi un po’ di tempo fa, aspetto che ci rende orgogliosi quanto avere piazzato un panino all’italiana nel menu di McDonald’s.
Non succederà niente, probabilmente.
Ma fa pensare e deve suscitare più di una preoccupazione che l’Europa unita ci abbia messo tre mesi per arrivare a una soluzione (buona o cattiva?).
E’ chiaro che nella stanza dei bottoni qualcuno comanda più degli altri e ha fatto di tutto perché il destino della Grecia rimanesse fino all’ultimo istante appeso a un filo. La richiesta di un nuovo patto di stabilità associata a quella di vero governo economico europeo è tanto giusta, quanto ingenua: ci potrebbero volere anni.
Nel frattempo, che si fa? Lasciamo che decida il mercato. Che è quello di prima, con le persone di prima.
Possiamo stare tranquilli.

PS: i draghi, per fortuna, hanno ancora le ali.

mercoledì 28 aprile 2010

La Grecia e il default "aristotelico" (olive comprese)


Tutti si chiedono, in queste ore, come possa fallire uno Stato sovrano. La risposta è di una semplicità disarmante: può fallire esattamente come tutti gli altri, siano persone o società. C'è una caratteristica, però, che fa la differenza: quando uno Stato fallisce - o anche se ci va vicino - viene meno a quei requisiti di moralità e di rigore con i quali dovrebbe garantire la tutela della cosa pubblica, rinuncia cioè a quel sacro dovere di difendere qualcosa che è veramente di tutti.
Uno di noi - gente normale - può sbagliare e fare il passo più lungo della gamba: ne soffrirà lui, la sua famiglia e chi gli sta vicino.
Anche una società (di capitali, chiaramente) può fare errori gravi: come vivere al di sopra delle proprie possibilità, magari per compiacere gli azionisti, fino ad arrivare a truccare i conti.
Se a truccare i conti, però, è uno Stato "sovrano", la cosa assume i contorni di una contraddizione non solo economica - che in fondo sarebbe veramente il meno - ma di una terribile negazione dei presupposti democratici sui quali si fonda una nazione. Perché il suo errore pesa non solo su una famiglia o su una società, ma su tutte le famiglie e su tutte le società. (Povero Aristotele, lui che parlava di etica e virtù...).
La Grecia truccava i conti, ecco la sostanza di tutto.
Ora dichiararne "spazzatura" il debito è il solito esercizio retorico inutile se si ferma a questo e non va avanti, perché anche stavolta erano in molti a sapere prima, molto prima.
Sta emergendo (e sai che novità) che Goldman Sachs - già nell'occhio del ciclone - avrebbe segretamente organizzato uno swap in valuta per alleggerire i conti del paese di Aristotele. Più precisamente (per chi ama i ceselli) l'operazione, partita nel 2002, sarebbe stata un cross-currency swap grazie al quale il debito statale emesso in dollari o yen viene scambiato con debito in euro per poi essere nuovamente ricentrifugato nella valuta iniziale. E' una prassi abituale alla quale, negli anni, abbiamo attinto anche noi, in modo meno aggressivo e certamente avendo alle spalle un'economia forse più solida di quella greca che esporta olive, gyros e poco altro. La variante "incriminabile" è che, diversamente dalla prassi, la Grecia e Goldman Sachs avrebbero stabilito lo swap con tassi di cambio non reali per permettere che Atene ricevesse una somma molto più elevata e incassasse crediti aggiuntivi fuori bilancio. Una transazione-boomerang.
Il risultato è che adesso qualcuno dovrà correre ai ripari con qualche miliardo pronta cassa per evitare il default a metà maggio: in quei giorni la Grecia dovrà restituire agli investitori il capitale della prima tranche di obbligazioni (i loro "bot", insomma).
C'è qualche "spazzino" pronto a farlo in nome della difesa dell'equilibrio continentale e della moneta unica? Certo che sì. Le tensioni di queste ore si riducono, in fondo, a una volontà ferrea della Germania di accollarsi qualche responsabilità di salvataggio in più.
Tanto per riassicurarsi quel ruolo di controllo sulla politica monetaria europea che finora non è quasi mai stato messo in discussione.
Scusate, ma secondo voi c'è qualcuno nelle condizioni di opporsi?

venerdì 23 aprile 2010

Le tre F, il salone del risparmio e l’educazione finanziaria.


Sembra l’inizio di una di quelle barzellette: “ ci sono un’inglese, un francese e un’italiano”, invece è un breve resoconto della tre giorni al Salone della gestione del risparmio.
A piazza Affari nel parterre e nei sotterranei di palazzo Mezzanotte, le tre F sono state ampiamente rispettate: finanza, football e f…. Infatti oltre agli addetti ai lavori non sono mancati calciatori e personaggi dello spettacolo che parlavano di risparmio e investimenti, il che fa quantomeno pensare al perché non ci sia almeno un analista finanziario, che parla di pallone, a Controcampo la domenica sera. Del resto sempre per il famoso assioma di cui sopra non c’era Melissa Satta, insieme ad Alberto Brandi, ma le società prodotto hanno ampiamente (si fa per dire perché Melissa è Melissa) compensato l’assenza della valletta piazzando un esercito di hostess distributrici di sorrisi e di gadget. Siamo comunque lontani dai livelli del Motor Show e dei saloni dell’auto e del mobile, ma anche la triste ed autoreferenziale Finanza, quella senza le mostrine, ha cominciato a esporre i propri prodotti in maniera più colorita. Qualcuno ha detto che negli stand dove la “presenza” era più agguerrita bisognasse nascondere qualche contenuto di competenza ma queste sono solo le maldicenze degli invidiosi.
Numerosissimi i convegni, davvero tanti e con personaggi davvero autorevoli qualcuno come sempre pieno di storia e anche di boria. Una volta il miglior carrello dei bolliti veniva servito all’Assassino, ristorante milanese , dove il Milan di sacchiana memoria era solito festeggiare le proprie vittorie; ora che vince l’Inter i “bolliti” li hanno trasferiti nel parterre di Palazzo Mezzanotte, freddi e a parlare di finanza. E l’educazione finanziaria? Direte voi. Di quella, che va di gran moda oggigiorno, hanno riempito di parole le sale. Davvero come accade per il sesso ne hanno parlato tutti, perché pochi la fanno. Un autorevole country manager etico e di spessore ha dichiarato che l’intento non fosse quello di educare ma di lobotomizzare. Difficile non essere d’accordo. Un plauso a Invesco che invece di confondere e stordire durante il giorno ha deciso di “ubriacare” gli attori della finanza con un piacevole quanto gradito “fuori salone” al just Cavalli, ma rigorosamente la sera, e naturalmente per non sfigurare, in assenza dell’educazione, con la presenza di tanta F.

Povera Goldman beccata con le mani nel... Sachs


La blasonata Goldman Sachs, beccata come un topo con i denti nel formaggio, si difende. Dice che è brava, pura, che mai e poi mai avrebbe fatto qualcosa per danneggiare i clienti. Il problema, però, è proprio diverso ed è tutto lì il peccato originale, la "nube" che ha fatto schiantare il mondo nella sua crisi (finanziaria, economica e morale) più grave della storia.
Prima di andare a caccia dell'ultimo dettaglio di cronaca nera, è su questa filosofia che bisogna concentrarsi.
Perché il caso Goldman, grazie alle spiegazioni dei suoi portavoce e dei suoi manager, a leggerle bene diventa un emblema del modo distorto con cui ragiona la finanza. Un esempio che vale forse più di Lehman.
Il problema non è quello di "non fare niente contro i clienti" (e poi, comunque, vedremo se è così) piuttosto quello di fare solo l'interesse degli azionisti e di se stessi.
Però questo equivale a lasciare sempre indietro qualcuno, consapevole che questo non è il prezzo da pagare, ma quello da incassare.
C'è una grande differenza, credeteci.


Uomini d'oro... Sembra che Goldman (ironia della sorte, il nome in inglese significa "uomo d'oro") con una mano creasse prodotti finanziari e con l'altra ci scommettesse sopra, ma al di là della presunzione di innocenza fino a prova contraria (in fondo vale anche per i serial killer), qualcosa deve far riflettere: avere, come lei, macinato profitti per 3,29 miliardi di dollari nell'anno orribile del mondo denota una "miracolosa" capacità di arricchimento. E anche di discreta faccia tosta. Insomma, siamo alle solite: crisi o non crisi (e sbattendosene allegramente della sua origine finanziaria) le banche continuano a fare utili più di prima.
Dirà il tribunale se c'è stato reato. Ma, comunque vada, è opportuno far circolare liberamente un'idea molto più utile da subito: moralmente Goldman è colpevole.

Bella gente. Eh sì, perché a ripercorrere questo ultimo horror a Wall Street vengono in mente un sacco di nomi eccellenti. Da Goldman Sachs sono passati economisti e Nobel, "ministri" dell'esecutivo americano e governatori di banche centrali. Per fare qualche esempio nostrano, da consulenti hanno timbrato il cartellino alla Goldman Romano Prodi e Mario Monti, mentre il governatore della Banca d'Italia ne è stato vicepresidente dal 2002 al 2005. Questo solo per dire che stiamo parlando di un ramificatissimo e prestigioso salotto della finanza internazionale, il cui coinvolgimento in un (presunto) scandalo non può che fare notizia.
Perché Goldman, oltre ad essere un crocevia altolocato finora non sporcato dagli schizzi del fango che hanno definitivamente oscurato la grande rivale Lehman Brothers, ha avuto un ruolo non tanto marginale nella costruzione e nella gestione dell'economia americana degli ultimi anni. Ne era stato alto dirigente Robert Rubin, poi diventato segretario al Tesoro con Bill Clinton; ne era stato vicepresidente Henry Paulson, che ha avuto la stessa carica di Rubin con la presidenza di Bush junior.
Per la cronaca, il titolare dell'hedge fund che ha messo la banca sulla graticola si chiama John Paulson. (Omonimia casuale, ma che dispettoso a volte destino...).
Perciò, senza per forza cedere alla tentazione (fortissima) di giocare con il revisionismo storico, questi ultimi due anni d.L. (dopo Lehman) potrebbero essere riletti con una visione più ampia. Che ne dite?

Wikipedia? Scivola. Goldman parla di accuse "infondate" e qua e là qualcuno ora fa molta attenzione a tritarla come fece invece in un fine settimana a mercati chiusi con Lehman Brothers. Insomma, il teorema del "furbettismo" stavolta non si applica automaticamente, c'è più prudenza. Tanto che alla sua voce su Wikipedia c'è scritto che "il 16 aprile del 2010 Goldman Sachs è stata, abbastanza inaspettatamente, incriminata per frode dalla Sec". Inaspettatamente? Ma signore e signori, per favore, venite giù dal pero. Goldman è come le altre puramente, semplicemente, profondamente una banca. Fa da anni quello che fanno le altre banche, solo che finora non l'avevano beccata.
In questo mondo dove le regole ce l'hanno solo promesse nei talk show come i nuovi posti di lavoro, a certi livelli non sono mai esistite e non esistono differenze; le porcate non vanno divise tra grandi e piccole, ma tra note e ignote.

Obama? He can. Lui altroché se può, e infatti lo fa. Se quella contro Goldman sia poi solo il primo trillo della sveglia contro Wall Street non c'entra: il vero problema è che, mediamente, da due anni ci stanno prendendo per il "fondo" e non è cambiato niente. Andiamo in giro per convegni, seminari e presentazioni a dirlo senza essere dei geni e senza scrivere in prima come certi bocconiani in pausa di governo che se la menano con le riforme senza che ne arrivi mai una davvero. Crescere senza cambiare è inutile: le regole servono eccome.
Il mondo ha le pezze (dove non batte mai il "sole"), la disoccupazione è alta, la produzione industriale bassa, i consumi ristagnano, e la Borsa invece se ne frega e sale da un anno? Economia ferma e azioni da mille e una notte, mentre qualche bankiere (di sinistra) si aumenta lo stipendio di un milione e poi fa lo schizzinoso se uno come Bossi dice che vuole la sua e le altre banche?
Piano piano, tra un reality e un telegiornale stri-Minz-ito, magari cominciamo a a capire anche qui che cosa ne fanno dei denari rastrellati con le speculazioni anziché darli alla piccola impresa, agli artigiani (e ai disgraziati). Se non apriamo gli occhi adesso, non lo faremo mai più.

domenica 18 aprile 2010

E' NATO

L'abbiamo fatto: abbiamo aperto il nostro blog.
E così ora parleremo, scriveremo, penseremo, rifletteremo, argomenteremo, analizzeremo e soppeseremo quel che passa il convento. Succederà anche che ci autoreferenzieremo, ci allungheremo e ci accorceremo (speriamo non troppo, perché oltre ci sono solo Brontolo e Pisolo).
Ma una cosa è certa: ci appassioneremo, saremo indipendenti e più realisti del re (senza alcun titolo nobiliare, perché è nella democrazia delle idee che crediamo).
Questo blog è dedicato a chi ha letto i nostri libri, a chi non li ha letti e anche a chi non li leggerà. A chi ci scrive dopo aver letto le nostre scorribande su "Oggi" dicendo che non trova risposte e le cerca da noi (perché l'ufficio reclami è stato affidato a Gambadilegno).
A chi vuole parlare di regole e non si rassegna; ma anche a chi le regole non le vuole, purché ci spieghi il perché.
E' rivolto a chi crede che popolare è giusto perché il contrario è impopolare.
A chi vuole cambiare passo, ricordandosi che l'ultimo dipende dal primo; a quanti come noi credono più ai clienti che agli azionisti, a chi come Zio Gino abbocca sempre ma crede come noi che in futuro la differenza la faranno gli uomini (e, soprattutto, le donne).
Un grazie sconfinato a quelli che in questi anni ci hanno dato fiducia, ci hanno sostenuto e ci hanno regalato l'emozione sincera di un abbraccio o di una stretta di mano.
Questo blog lo abbiamo aperto per voi.
Ora, però, non fateci fare la figura dei pirla: non lasciateci soli.

Lorenzo e Marco